Proteus anguinus

ANFIBI ITALIANI
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Proteus anguinus (LAURENTI 1768)

Nome Comune : Proteo

Sub Ordine : Urodeli – Famiglia : Proteidi

CARATTERISTICHE
Lunghezza: 22-25cm, fino a 30cm. Si tratta di uno dei più strani anfibi esistenti sulla faccia della terra, confondibile con nessun altro animale: appare come una grande salamandra serpentiforme, con corpo cilindrico, caratterizzato da 25-27 solchi dorsali e da una coda compressa lateralmente, con doppia carenatura. Questo anfibio è provvisto di arti molto piccoli e sproporzionati, di cui i due anteriori sono dotati di tre dita, e i posteriori di due. Il muso, allungato e piatto superiormente, è provvisto di aperture branchiali, da cui fuoriescono tre ciuffi branchiali abbastanza sviluppati, e di color rosso sangue. La bocca risulta minuscola, dotata di due file di denti, mentre gli occhi sono piccoli ed immersi nella pelle, e sono appena in grado di distinguere la luce dal buio. La colorazione è in genere uniformemente bianca o rosata, sebbene esista, in Slovenia, una varietà rarissima di proteo nero. I maschi si riconoscono per la protuberanza cloacale ingrossata anteriormente.
DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA ED HABITAT
Il proteo ha un’area di diffusione ristrettissima, che si estende dalla Slovenia al Carso triestino; particolarmente abbondante nelle grotte di Postumia, in Ex Jugoslavia, e nei sistemi carsici del goriziano e del triestino, questo bizzarro animale venne introdotto con successo in alcune grotte del nord Italia, tra cui le grotte di Oliero, dove, in ogni caso, rimane un incontro veramente eccezionale. La varietà nera, che molti studiosi ritengono una specie a parte, sembra endemica della grotta di Doblicica in Carniola, nella Slovenia settentrionale. Questi animali vivono esclusivamente nelle acque sotterranee dei sistemi carsici, nelle pozze profonde e nei laghi del sottosuolo, anche se talvolta, piogge torrenziali o piene improvvise possono portare alla luce qualche esemplare. Naturalmente, nel territorio del Brenta, la sua diffusione è ristretta alla zona delle grotte di Oliero, dove, come già detto, è rarissimo.
ALIMENTAZIONE, COMPORTAMENTO, RIPRODUZIONE

Il proteo si nutre pochissimo, vista anche la scarsità di cibo che ne caratterizza l’habitat, e la sua crescita è lentissima; in un laboratorio di biotecnologia dell’università di Lubiana, rimane un mistero capire come faccia a mantenersi perfettamente vitale un esemplare di proteo digiuno da più di dodici anni. In ogni caso, le prede del proteo sono rappresentate dai piccoli crostacei presenti all’interno delle grotte, e, talvolta dalle sue stesse larve. Vive in acque profonde, dove la temperatura oscilla tra i 9 e i 12 gradi, mantenendosi costante per tutto l’arco dell’anno. Respira tramite i polmoni, ma anche la pelle, come quella di alcuni pesci, è sede di scambi gassosi con l’ambiente esterno. Affiora regolarmente dalla superficie per respirare, infatti, anche se provvisto di branchie, non può fare a meno di inghiottire boccate d’aria, come fanno i tritoni. Trascorre gran parte del tempo fluttuando nell’acqua, o spostandosi lentamente sul fondo, ma, seppur molto raramente, talvolta fuoriesce dall’acqua, sostando sulle rocce umide. Della riproduzione si sa pochissimo, e cioè che questi animali possono sia riprodursi tramite uova, che dare alla luce due larve completamente sviluppate, al variare di fattori non del tutto chiari. Il maschio rilascia una spermatofora che viene raccolta dalle labbra cloacali della femmina; in caso di deposizione di uova, queste variano in numero da 60 a 70, di circa 4-5 mm di diametro. La schiusa avviene dopo più di quattro mesi, e lo sviluppo delle larve è lentissimo, al punto che queste risultano sessualmente ma ture solo all’età di oltre 10 anni. In compenso, si pensa che il proteo possa essere molto longevo, tanto da superare il secolo di vita, in quanto, in laboratorio, questi animali prosperano facilmente per oltre 50 anni. Classificato per la prima volta come organismo neotenico, nel 1772 dal botanico ed entomologo italiano Giovanni Antonio Scopoli, riuscì, con le sue stranezze e contraddizioni, a fare scontrare scienziati del calibro di Cuvier e Lamark. E’ tutt’ora oggetto di approfonditi studi da parte di numerose università e centri di ricerca. La scoperta recentissima della specie melanica sembra confermare la tesi che lo riteneva ciò che resta di un anfibio vissuto nel Cenozoico, e più precisamente nel Pliocene, tra 2 e 6 milioni di anni fa. Ancora oggi, del proteo si sa pochissimo, poiché le caratteristiche biologiche di questa specie sembrano andare contro a tutte le teorie evoluzionistiche e nello stesso tempo, dare il quadro di un essere quasi superiore: non si capisce, ad esempio, come faccia ad essere viviparo ed oviparo nello stesso tempo, o da cosa sia data la pigmentazione scura della specie melanica, visto che questa vive in ambienti totalmente privi di luce, o ancora, come riesca a sopravvivere per anni senza nutrirsi. A causa della sua relativa rarità, e vista la zona ristretta in cui è distribuito, il proteo è protetto su tutto il territorio di diffusione da severissime norme, emanate dalla convenzione di Berna del 1991. La minaccia più grande per questa specie, sembra essere l’inquinamento delle falde acquifere e delle acque sotterranee; secondo recenti stime, la popolazione sembra mantenersi stabile, almeno per quanto riguarda l’areale italiano di diffusione.

Scheda a cura di Francesco Balbini

 

 

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